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IL RICORDO: MARCHIONNE E I CANI DI POMIGLIANO - Indicatore Mirandolese

IL RICORDO: MARCHIONNE E I CANI DI POMIGLIANO

La morte di Sergio Marchionne, il manager ai vertici di Fiat Crysler Automobiles scomparso a 66 in una clinica di Zurigo, riporta alla memoria una giornata a suo modo storica per Mirandola. Era il 5 novembre 2010 quando il manager che aveva riportato Fiat a competere a livello internazionale, venne insignito del Premio Pico della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola. Nessuno, prima di lui (e soltanto il cantante Ligabue, dopo di lui), è stato in grado di attirare l’attenzione dei media nazionale sul Premio della Fondazione (che, per inciso, meriterebbe di essere maggiormente valorizzato, per la qualità della proposta offerta).

Marchionne mobilitò dispositivi di sicurezza che mai si erano visti nella città dei Pico. Arrivò in elicottero da Torino ed atterrò sul manto erboso dello stadio “Lolli”. Scortato da carabinieri e agenti di polizia in assetto antisommossa, il manager fu oggetto di una contestazione da parte di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Fiom-Cgil, che in lui vedevano «l’esempio più evidente di una classe imprenditrice responsabile della condizione di crisi economica» in cui si trovava l’Italia. Marchionne, ovviamente, non ne fu granché turbato. Del resto, la vita di grandi capitani d’industria come lui è spesso letta in chiaroscuro: sono amati o detestati, a seconda che li si consideri come geniali innovatori o come una rivisitazione dei vecchi “padroni delle ferriere”. Bianco o nero, è difficile che diano un’immagine grigia.

Nel suo inconfondibile maglioncino blu, rilasciò al nostro giornale un’intervista inedita, che resta negli annali (e che abbiamo ripubblicato, ora, qui sotto). Incalzato dalle domande di Gabriele Testi, il manager parlò di Pico, filosofia, integrazione tra culture, tortellini, giornali, sindacati e dei cani randagi di Pomigliano d’Arco, che nello stabilimento Fiat «scorrazzavano sino a entrare nel reparto verniciatura». Insomma, all’Indicatore Marchionne parlò a 360 gradi, evidenziando, oltre alle sue doti professionali, un lato umano di persona curiosa e aperta al prossimo.

Nel dare il benvenuto ai premiati (oltre a Marchionne, furono insigniti del premio Pico anche l’artista Fernando Botero, i titolari di Liu Jo Marco e Vannis Marchi e lo scrittore Giuseppe Pederiali), il sindaco Maino Benatti segnalò che la ripresa dalla crisi mondiale del 2008 era ancora «debole» in quella fine del 2010. «Per uscirne a testa alta occorre mettere mano al più presto alle riforme; avanzare un progetto di “patto dei produttori” che metta al centro il lavoro, l’aumento della produttività, il salario, i diritti e il sostegno alle imprese con una politica industriale e fiscale efficace. Bisogna riproporre la questione sociale ed affrontare gli effetti della crisi sull’occupazione, sulla specificità del sistema produttivo italiano, sulle disuguaglianze sempre più accentuate e rigide. Si deve infine riaffermare con forza l’importanza della responsabilità e dei diritti nel quadro di una società aperta, multietnica e multiculturale complessa ed in evoluzione». Discorsi nelle corde anche di Marchionne, che amava ricordare come la laurea in Filosofia non era stata la più inutile, per la sua carriera, tra le tre che aveva preso.

 

INTERVISTA DELL’INDICATORE MIRANDOLESE A SERGIO MARCHIONNE (5 NOVEMBRE 2010)

Sergio Marchionne a… metà. Diviso fra l’Italia della Fiat e l’America e il Canada della Chrysler; tormentato dai problemi e dalle sfide dell’industria automobilistica globale e allo stesso tempo gratificato dal ritiro di un premio intitolato al più prestigioso umanista del quindicesimo secolo. Odiato, amato, tuttavia doverosamente ascoltato da tutti, classe 1952, il manager di passaporto canadese, origini chietine e residenza legale nel Cantone svizzero di Zurigo si è presentato a Mirandola lo scorso 5 novembre perché insignito della “medaglia” più prestigiosa che la città possa attribuire a una personalità pubblica. Un “Pico d’Oro” che (riconoscimento internazionale a periodicità biennale assegnato in passato dalla Fondazione Cassa di Risparmio anche a Edmund Phelps, Mario Draghi, Jean-Claude Trichet, Massimiliano Fuksas, Hans Tietmeyer, Margherita Hack, Jacques Delors e Carlo Azeglio Ciampi) la giuria presieduta da Rainer Masera ha voluto concedergli per l’opera di rilancio su un versante e sull’altro dell’Atlantico del colosso industriale i cui arti inferiori puntellano le economie di Torino e Detroit: non due piedi in altrettante staffe, bensì gambe con le quali riprendere presto a correre più in fretta e, di per sé, bisognose di nuovi equilibri. Malgrado le tutto sommato civili contestazioni ad opera della Fiom -Cgil e del movimento politico Sel dinanzi al Teatro Nuovo («Quelle bandiere rosse là fuori non fanno però bene a nessuno», ha detto), fronteggiate sin dal primo mattino da un ingente dispiegamento di carabinieri e agenti di polizia in assetto antisommossa, non è stato difficile avvicinarlo e scambiare con lui quattro chiacchiere sull’avvenire dei mercati e della nostra nazione, il tutto prima che il dottor Marchionne leggesse a beneficio dei presenti un discorso dagli accenti etico-sociali curiosamente e casualmente in linea con l’intervento introduttivo del Sindaco di Mirandola, Maino Benatti.

 

Che cosa ha significato per lei ricevere il Premio Nazionale “Pico della Mirandola”?

«Essere a Mirandola mi ricorda quando studiavo all’università. Mi rammenta, in particolare, l’idea dell’essere umano che aveva Giovanni Pico. Secondo il filosofo, l’uomo è il più dignitoso delle creature viventi perché può scegliere che cosa vuole diventare. È l’unico, sulla terra, a non avere un destino già segnato: è il solo che ha nelle proprie mani la possibilità di forgiare la propria vita e di scegliere la posizione che vuole occupare nel mondo. Molto più importante della libertà in sé è però il modo in cui decidiamo di esercitarla. Tutto ciò implica la necessità di prendere coscienza della responsabilità morale che è associata alle nostre azioni e alle nostre scelte. La vera libertà esiste solo nell’impegno. Questo è il compito straordinario che ci assegna Pico della Mirandola: esercitare la nostra libertà per dare forma e valore alla società del futuro. In Fiat è una responsabilità che prendiamo molto seriamente».

 

Qual è la lezione più intima, anche in un’ottica puramente imprenditoriale, che possiamo trarre dall’opera di un filosofo che è ritenuto l’autore del “manifesto” del periodo più prospero e creativo nella storia d’Italia, cioè il Rinascimento?

«In effetti, ricordo l’insegnamento di Pico anche per un altro aspetto, più profondo. È il fatto che la natura umana si realizza e si identifica solo nella diversità delle culture che esistono al mondo. Questa visione è il fondamento dell’uguaglianza tra gli uomini perché apre la strada non solo alla “possibilità”, ma alla “necessità”, di integrazione. Nell’avvio di nuove attività, in Paesi stranieri, e nella creazione di inedite alleanze, abbiamo sempre visto un’occasione di arricchimento umano prima ancora che industriale. Lo stiamo mettendo in pratica ovunque la Fiat sta crescendo, come in India, in Cina e in Russia. E lo stiamo facendo soprattutto nella partnership con la Chrysler. Ogni iniziativa che comporta l’unione di culture diverse deve muovere da basi paritarie. Deve essere fondata sul rispetto e sull’ascolto. Deve nascere dalla volontà di imparare e non dall’arroganza di insegnare. Qualunque tentativo di imporre una cultura su un’altra è destinato al fallimento, perché genera diffidenza, rende gli alleati nemici ed erige muri ancora più alti».

 

E guardando al lato più strettamente personale?

 «Io sono laureato in filosofia (oltre che in legge e in economia, ndr), ma prima d’ora non avevo mai “sviscerato” veramente Pico della Mirandola e non conoscevo bene le sue idee. Quando “scopro” un personaggio è però mia cura approfondirlo…».

 

Lei è spesso alla Ferrari e ora ha compiuto una visita a Mirandola, che ha raggiunto in appena un’ora d’elicottero da Torino. Ormai avrà acquisito una certa familiarità con la realtà modenese…

«L’ho acquisita sicuramente da un punto di vista… gastronomico. Effettivamente non ero mai passato prima da Mirandola (dinanzi allo stadio “Libero Lolli, all’interno del cui campo erboso è atterrato, lo hanno salutato affettuosamente alcuni bambini delle scuole con le loro maestre, ndr). Quando vengo da queste parti e in particolare a Maranello, mi fermo al ristorante “Cavallino”, che è proprio di fronte all’ingresso della Ferrari, e prima di ripartire prendo regolarmente… un sacchetto di tortellini. Ormai è un’abitudine (“ufficialmente” messosi a dieta, nel corso del pranzo organizzato al Castello dei Pico l’amministratore delegato della Fiat si è in effetti “limitato” ai soli primi piatti del menù: tortelloni con prosciutto croccante, fiori di zucca e zafferano e garganelli al taleggio, zucchine e semi di papavero, più l’antipasto, sformatino di parmigiano con vellutata di asparagi, ndr)».

 

La sua politica gestionale sembra rivolta a imprimere una radicale metamorfosi delle relazioni industriali in Italia. Ce ne può, per così dire, sintetizzare le motivazioni?

«Tra la realtà dei fatti e la visione dell’Italia che vorremmo c’è un divario troppo grande per essere colmato dalle parole e dalla semplice speranza. Quello di cui abbiamo bisogno (la multinazionale italo-statunitense attiva fra Piemonte e Michigan si appresta a investire nello “Stivale” venti miliardi di euro, ndr) è prendere coscienza delle cose che non funzionano e intervenire per sistemarle. Non esistono scorciatoie, bensì sacrifici e un grande lavoro da fare. La verità è che esiste un problema di competitività. È quello che ha spinto molte aziende ad abbandonare il Paese e trasferire all’estero le loro attività. Capisco che la radiografia, che ho fatto tre settimane fa, possa non fare piacere, ma non scompare da sola se la ignoriamo. Si tratta solo di decidere se vogliamo cambiarla. Lo ribadisco a Mirandola una volta di più: “Fabbrica Italia” è stata concepita per essere fatta qui, non altrove (soltanto Pomigliano d’Arco conta 4.800 dipendenti, ndr). Sei anni fa, quando la Fiat era in condizioni disperate, in bilico tra il fallimento e la svendita, noi siamo stati in grado di indicare un percorso e di convincere la nostra gente che le cose si potevano cambiare. E siamo stati capaci di condividere un progetto per il futuro».

 

La sensazione che si ha, peraltro senza essere veicolata in maniera esplicita né dalla Fiat, né dalle organizzazioni sindacali, è che Pomigliano rappresenti un po’ “un unicum” nella quotidianità dei rapporti fra datori di lavoro e lavoratori. Domanda provocatoria: e se la fabbrica fosse a Tolmezzo nell’alto Friuli o, perché no, anche a Mirandola, che ha già accolto aziende biomedicali del gruppo Sorin e in cui da più di un secolo la Carrozzeria Barbi realizza ottimi autobus su meccanica Fiat?

«Nessuno lo dice, ma là abbiamo problemi particolari. I cani di Pomigliano d’Arco non erano di nessuno, erano randagi, eppure scorrazzavano per lo stabilimento sino a entrare nel reparto verniciatura. Onestamente, lei compererebbe un’Alfa Romeo con un… pelo di cane? Non è mica un optional… Abbiamo invece fabbriche (l’amministratore delegato del gruppo Fiat non lo direbbe mai, ma chi scrive è legittimato a pensare a Verrone, in provincia di Biella, e Torino, ndr) che funzionano come orologi: non siamo noi, non è la Fiat o “l’azienda”, bensì i nostri dipendenti a farle girare alla perfezione. L’unica cosa che chiediamo è di condividere un percorso e di creare le condizioni affinché i nostri stabilimenti possano lavorare al meglio, in modo normale e continuo. Ce la possiamo fare perché abbiamo la forza e l’esperienza di un gruppo globale; perché conosciamo bene la realtà che ci sta intorno, “interpretiamo” i mercati e le condizioni minime che sono richieste per continuare ad essere competitivi, soprattutto con i nostri vicini europei».

 

C’è chi non perde occasione per criticare la stampa e l’attendibilità stessa dei media italiani. A un imprenditore interessato all’editoria come lei, domandiamo se sia realmente questo uno dei “mali oscuri” del nostro Paese, cioè un giudizio sul “quarto potere”…

«Il livello della nostra stampa è di eccezionale qualità. Ci sono editorialisti e commentatori di altissimo livello. Io, che sono spesso all’estero, leggo i media stranieri e sono abituato a fare confronti tra i giornali, posso confermarvelo. Al di là dell’orientamento politico delle singole testate, spiccano notevolmente anche le pagine della cultura».

 

Nelle ultime tre settimane ci sono state molte polemiche sulle dichiarazioni rese in occasione della partecipazione alla trasmissione televisiva di Fabio Fazio su Rai 3, “Che tempo che fa”…

«Non è mia consuetudine alimentare i dibattiti. Mi spiace constatare che il fiume di parole che ha fatto seguito a quell’intervista, per la quale ho accettato di partecipare alla prima trasmissione televisiva in quasi sette anni, si sia trasformato in un processo alle intenzioni. L’ho concessa perché avvertivo il dovere di difendere la bontà e la serietà del nostro progetto, il valore di “Fabbrica Italia”. Quando dico che l’Italia, per il gruppo Fiat, è un’area in perdita, non significa che vogliamo andarcene dal Paese, come molti hanno voluto interpretare. Lo ribadisco: lo sforzo che stiamo facendo va esattamente nella direzione opposta. Dopo aver riportato l’azienda a competere a livello internazionale, intendiamo rafforzare le nostre radici qui, in Italia».

 

Una delle ultime accuse che le è stata rivolta è di non aver voluto incontrare Susanna Camusso, subentrata di recente a Guglielmo Epifani alla guida della Cgil: è davvero così?

«Non ho visto la signora Camusso insieme con gli altri sindacalisti di Cisl e Uil semplicemente perché non aveva chiesto di vedermi, contrariamente ai colleghi. Ma se me lo domanderà, la incontrerò volentieri».

Gabriele Testi